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Palazzo Manfrin Venezia: la mostra di Anish Kapoor da non perdere alla Biennale 2026

Quello della Biennale Arte 2026 non è un evento statico, fermo nel tempo, è un movimento, un’occasione per riflettere, per ragionare sulla vita attuale e sui suoi significati, sulle ipocrisie moderne in relazione con il passato, e un modo interessante per costruire un nuovo futuro.

Ma la Biennale, come abbiamo visto, è anche un modo nuovo per esplorare la città di Venezia, per scoprire quanto una singola città possa essere una cassa di risonanza a livello internazionale con la sua esplorazione artistica tra culture dal mondo.

La Biennale Arte 2026 continua e continuerà a regalarci sorprese mozzafiato diffuse per tutta la città. E se c’è un luogo che quest’anno merita un posto d’onore nel tuo itinerario è senza dubbio Palazzo Manfrin che ospita la mostra organizzata dall’Anish Kapoor Foundation, una delle tappe più intense da vedere a Venezia durante la Biennale. Si trova nel quartiere di Cannaregio, questo edificio storico  tornato a splendere e che apre le sue porte con una mostra d’arte contemporanea da lasciare senza fiato.

Scoprire questa e altre meraviglie della Biennale Arte 2026 è un’opportunità unica e quest’anno le novità e le occasioni per riflettere sulla società e su di noi stessi sono tante. Se stai programmando la tua visita alla Biennale, il modo migliore per godersi questa esperienza è sicuramente attraverso un soggiorno breve in città: scegli il tuo appartamento in centro o in una zona più tranquilla, ti sposti comodamente a piedi o con i mezzi, tra vaporetti e calli potrai scoprire la vita vera di Venezia anche durante l’estate e ammirare i capolavori d’arte contemporanea senza pensieri.

Un glorioso passato riemerso dall’oblio

La storia di Palazzo Manfrin è di per sé un romanzo affascinante, fatto di sfarzo e di inevitabile decadenza. Nel Settecento, sotto la guida del conte Girolamo Manfrin, l’edificio divenne uno dei salotti culturali più vibranti d’Europa. Custodiva una collezione d’arte talmente prestigiosa da attirare visitatori illustri del calibro di Lord Byron e Antonio Canova, incantati dai capolavori che ne adornavano le pareti. Eppure, a quell’epoca d’oro seguì un lungo e inesorabile declino, che lasciò i grandi saloni vuoti e abbandonati all’inesorabile umidità della laguna.

Oggi, grazie all’acquisizione e al minuzioso restauro voluto dalla fondazione di Anish Kapoor, il palazzo è tornato a respirare. Gli architetti hanno scelto coraggiosamente di non cancellare i segni del tempo, evitando un ripristino artificiale.

Al contrario, hanno lasciato i mattoni a vista, gli stucchi imperfetti e gli affreschi scrostati a fare da spettacolare quinta teatrale, creando un equilibrio formidabile tra la fragilità dell’antico e la solidità del nuovo.

Il palazzo stesso è quindi un dialogo costante tra decadenza e modernità, concetto amplificato in maniera eccellente dalla mostra che ospita.

Le vertigini materiche di Anish Kapoor

Varcare oggi l’ingresso di Palazzo Manfrin significa accettare di farsi disorientare. Le opere monumentali di Kapoor si appropriano degli ampi saloni dialogando in modo crudo e poetico con le antiche architetture veneziane, in un contrasto che cattura lo sguardo e lo stomaco.

Da un lato troviamo installazioni viscerali in cera rosso sangue che sembrano pulsare di vita propria, richiamando l’energia e la deperibilità della materia. Dall’altro, ci si perde davanti ai celebri vuoti dell’artista: voragini di un nero talmente profondo e assoluto da annullare la percezione della tridimensionalità, sfidando la nostra mente e le leggi della fisica.

Questa tensione continua tra la delicatezza decadente della location e la brutalità concettuale delle sculture si sposa in modo impeccabile con l’atmosfera dell’edizione di quest’anno. In totale ci sono ben 100 modelli architettonici per una storia di 50 anni di lavoro, tra idee, bozzetti, modelli e sculture, tra cui i progetti per la monumentale Cloud Gate a Chicago fino a progetti mai realizzati. Kapoor non è solo uno scultore: il suo è un lavoro che sta al confine tra scultura, architettura e percezione. La materia per l’artista diventa un’esperienza mentale e non solo fisica: le sue opere non si limitano ad occupare uno spazio ma lo alterano, lo deformano, lo rendono instabile.

Anish Kapoor è famoso per la sua ricerca sul nero che annulla tutti i riferimenti. A Palazzo Manfrin questa ricerca emerge con forza ancora maggiore perché le opere non sono isolate, ma inserite in un contesto che amplifica il loro potere percettivo. Le superfici in acciaio inox, il pigmento, il cemento, il silicone, la pittura e soprattutto il Vantablack, un materiale capace di assorbire tutta la luce visibile, costruiscono un percorso dove il materiale non è mai semplice materia, ma una forma di linguaggio. Kapoor lavora come se ogni sostanza avesse una propria psiche: il metallo riflette e destabilizza, il nero profondo inghiotte, la cera e il silicone rimandano al corpo, al sangue, alla fragilità della carne.

Il cuore della mostra sta nella presenza dei cento modelli architettonici che documentano oltre cinquant’anni di ricerca, tra progetti realizzati e quelli rimasti allo stadio di studio. In questo modo si sposta l’immagine dell’artista da quello delle grandi sculture allo sperimentatore e all’autore di intuizioni quasi impossibili.

Tra i progetti esposti compaiono lavori realizzati come ArcelorMittal Orbit, la torre-osservatorio di Londra, Ark Nova, la sala concerti gonfiabile sviluppata con Arata Isozaki, e la stazione della metropolitana di Monte Sant’Angelo a Napoli, inaugurata nel 2025. Tutti questi modelli non sono disposti con austerità tipica del museo ma sono frammenti di un pensiero in movimento, paesaggi mentali, spesso fragili, che raccontano un’idea di spazio come qualcosa ancora da costruire, da riscrivere, in una vertigine continua che mette in discussione tutte le nostre certezze.

Venezia come esperienza nuova

Venezia durante la Biennale diventa, se possibile, ancora più splendida. Ma l’affluenza non manca: durante i giorni della Biennale può diventare faticosa da vivere se non si organizza bene il soggiorno. Ecco perché scegliere una sistemazione in centro, possibilmente comoda rispetto ai collegamenti principali, permette di godersi meglio mostre come quella di Palazzo Manfrin e di costruire un itinerario più fluido tra Giardini, Arsenale e sedi collaterali.

Dormire a Venezia poi significa anche entrare davvero nel ritmo della città: uscire la mattina presto, attraversare calli ancora tranquille, fermarsi per una pausa tra una visita e l’altra, rientrare senza stress dopo una giornata ricca di stimoli e suggestioni.

In occasione della Biennale, questo aspetto diventa parte integrante dell’esperienza culturale. Palazzo Manfrin racconta tre storie insieme: quella di Venezia nei suoi anni d’oro, quella dell’architettura che si riapre e si racconta in modo nuovo, e quella di Kapoor che da sempre si pone al confine tra scultura e spazio abitabile. La mostra vale la pena di essere visitata perché non punta alla sola spettacolarità, ma alla profondità del processo creativo, mette in dialogo modelli, materiali, installazioni e idee in un ambiente che sembra fatto apposta per accoglierli.

È una tappa che parla sia agli amanti dell’arte contemporanea sia a chi cerca nella Biennale un’occasione per capire Venezia da un punto di vista diverso, più intimo e meno prevedibile. La mostra sarà disponibile dal 6 maggio all’8 agosto 2026: se non vuoi perderla, prenota ora il tuo soggiorno a Venezia.